Stellantis affonda, Cassino paga: miliardi bruciati e fabbriche con futuro a rischio.
«Tra reset finanziari, scelte sbagliate e promesse mancate, lo stabilimento di Piedimonte San Germano resta sospeso. Lavoratori e territorio aspettano risposte che non arrivano. Non è solo una crisi di bilancio. È una crisi industriale, sociale e territoriale».
Non è solo una crisi di bilancio. È una crisi industriale, sociale e territoriale. Il crollo in Borsa di Stellantis – fino al 25% in una sola seduta a Milano e quasi il 27% a Parigi – ha reso evidente ciò che nelle fabbriche si vive da tempo: il gruppo sta pagando anni di scelte strategiche sbagliate. Nel secondo semestre 2025 arriverà una perdita netta stimata tra i 19 e i 21 miliardi di euro, dopo maxi oneri da 22,2 miliardi legati alla revisione del business. Dividendo sospeso nel 2026. Numeri pesanti che raccontano un fallimento industriale, prima ancora che finanziario. E mentre ai piani alti si parla di “reset”, a Cassino si continua a contare cassa integrazione, fermate produttive e posti di lavoro persi.
Cassino simbolo della crisi dell’auto italiana
Lo stabilimento di Piedimonte San Germano è oggi l’immagine più chiara della crisi Stellantis in Italia: niente nuovi modelli, investimenti ridotti al minimo, produzione quasi paralizzata. Nel 2025 si è toccato il punto più basso di sempre: oltre 100 giornate di cassa integrazione, meno di 20mila vetture prodotte e forza lavoro scesa a circa 2.200 addetti. Numeri che raccontano una drammaticità senza precedenti. «Se il 2025 è stato l’anno peggiore, il 2026 rischia di andare anche peggio», avverte Mirko Marsella, segretario provinciale Fim-Cisl. «Cassino vive da anni una caduta continua. Ogni stagione è peggiore della precedente. E intanto l’indotto si sgretola e il territorio sprofonda». Nei primi due mesi del 2026 la situazione non migliora: a gennaio appena quattro giorni di lavoro, febbraio praticamente fermo fino al 17. Dopo, il nulla. L’unica certezza è che Stelvio e Giulia resteranno in produzione fino al 31 dicembre 2027. Ma aspettare il 2028 o il 2029 per eventuali nuovi modelli significherebbe condannare definitivamente l’area a un disastro occupazionale.
Il “reset” di Filosa e il conto degli errori
Il nuovo amministratore delegato Antonio Filosa parla di ripartenza, di riorganizzazione e di maggiore autonomia ai team regionali. Il 21 maggio, all’Investor Day 2026, verrà presentato il nuovo piano industriale. Ma intanto i conti raccontano altro. Gran parte delle svalutazioni – oltre 14 miliardi – derivano dal fallimento dell’all-in sull’elettrico: modelli progettati senza ascoltare il mercato, piattaforme nate come solo elettriche e poi convertite in corsa in multi-energia, miliardi spesi su architetture sbagliate. Risultato: prodotti cancellati, investimenti buttati, supply chain ridimensionata. A questo si aggiungono 4,1 miliardi legati al deterioramento della qualità e all’aumento dei costi di garanzia, frutto di decisioni operative che non hanno garantito le performance attese. Un modello industriale costruito lontano dalle fabbriche.
Cassino ostaggio di strategie decise altrove
Nel Lazio meridionale, quel che resta della storia Fiat soccombe alle scelte del gruppo. Dal 2021, con la regia francese di Stellantis, l’Italia ha subito una progressiva marginalizzazione industriale, mentre il cosiddetto Piano Italia annunciato nel 2024 è rimasto lettera morta. A Piedimonte San Germano arriva solo un restyling della Maserati Grecale, che non cambierà i volumi produttivi. Troppo poco per tenere in piedi uno stabilimento e un intero territorio. «Continuiamo a produrre modelli pensati dieci anni fa», spiega Marsella. «Servono nuovi veicoli e tempi certi. Una parte dell’indotto è già persa per sempre».
Lavoro, territorio e alternative industriali
Dietro i numeri ci sono persone, famiglie, comunità. Cassino non è una riga su un bilancio. Per questo il sindacato chiede un cambio di rotta vero: investimenti immediati, nuovi modelli, ma anche una riflessione seria su attività alternative all’automotive. «Non parliamo di carri armati – chiarisce Marsella – ma di produzioni qualificate legate anche al mondo della Difesa, che oggi dispone di risorse importanti. Il territorio deve cogliere queste opportunità, altrimenti i giovani continueranno ad andare via». Sul tavolo restano anche le responsabilità della politica: l’assenza di una Zona Economica Speciale, le risposte tardive del governo, un’Europa che ha spinto sull’elettrico senza costruire una vera politica industriale.
Il futuro appeso al 21 maggio
Il nuovo piano industriale sarà decisivo. Ma dopo anni di annunci, promesse e rinvii, la fiducia è ai minimi. Cassino ha già pagato troppo. Senza investimenti concreti, senza una regia pubblica, senza una visione che rimetta davvero il lavoro al centro, il rischio è che lo stabilimento diventi l’ennesima vittima di un modello guidato solo dalla finanza. E mentre Stellantis prova a ripulire i conti, il territorio resta sospeso.
Il reset non può essere solo contabile, deve essere industriale, sociale, umano. Altrimenti Cassino – e con essa una parte dell’Italia produttiva – continuerà a scomparire nel silenzio.