FREE WORDS

Voce libera, il lavoro al centro.

VOLKSWAGEN, UNA NUOVA ONDATA DI TAGLI: ALTRI 50 MILA POSTI DI LAVORO A RISCHIO OLTRE QUELLI GIÀ ANNUNCIATI. I LAVORATORI CONTESTANO IL PIANO

Free Words — 26 agosto 2026

«Il nuovo piano di riduzione dell'organico si aggiunge ai circa 50 mila posti già interessati dalla ristrutturazione. Circa metà dei nuovi interventi riguarderà la Germania. A Wolfsburg oltre 10 mila lavoratori contestano il management: il sindacato chiede un vero progetto industriale per salvaguardare fabbriche, competenze e occupazione».

A WOLFSBURG IL CONFRONTO TRA MANAGEMENT E LAVORATORI ESPLODE, LA CRISI DI VOLKSWAGEN ENTRA IN UNA NUOVA FASE.
Il 25 agosto il CEO Oliver Blume si è presentato davanti alla propria forza lavoro nello stabilimento di Wolfsburg, nell'ambito delle assemblee straordinarie organizzate nei principali siti tedeschi per illustrare il nuovo piano di riorganizzazione del gruppo, ad ascoltarlo, tra la sala e gli spazi esterni, c'erano oltre 10 mila lavoratori. Ma il confronto non è stato quello che il management avrebbe probabilmente auspicato: La presentazione del piano è stata accompagnata da fischi, proteste e striscioni, i rappresentanti della IG Metall hanno contestato apertamente la strategia del vertice e il consiglio di fabbrica ha espresso una forte critica nei confronti della comunicazione dell'azienda. Il problema non è soltanto il numero dei posti di lavoro coinvolti, è soprattutto la mancanza di una prospettiva industriale chiara per diversi stabilimenti tedeschi. Ed è proprio su questo terreno che il conflitto tra management e rappresentanza dei lavoratori sta diventando sempre più duro.

ALTRI 50 MILA POSTI NELLA NUOVA RISTRUTTURAZIONE

La novità più importante è rappresentata dall'ulteriore riduzione dell'organico indicata dal management. Volkswagen ha messo sul tavolo un nuovo intervento che può arrivare a 50 mila posti di lavoro a livello complessivo, con circa metà del fabbisogno di riduzione concentrato in Germania e l'altra metà nelle attività internazionali del gruppo. È questo il dato che cambia nuovamente la dimensione della ristrutturazione, ma è necessario chiarire immediatamente un punto,i 50 mila nuovi posti non corrispondono a 50 mila licenziamenti già decisi. Il management ha spiegato che l'obiettivo dovrà essere perseguito, per quanto possibile, attraverso strumenti volontari, pensionamenti, accordi consensuali e limitazioni del turnover, evitando il ricorso ai licenziamenti per motivi aziendali. Anche la rappresentanza dei lavoratori ha ribadito che il tema non può essere raccontato semplicemente come un elenco di licenziamenti già deliberati, si tratta di un fabbisogno di riduzione dell'organico inserito nel nuovo piano di ristrutturazione.

CINQUANTAMILA POSTI ERANO GIÀ STATI MESSI IN CONTO

Il nuovo intervento non parte da zero. Volkswagen aveva già concordato con la rappresentanza dei lavoratori un'importante riduzione dell'organico nell'ambito del precedente piano di ristrutturazione. Le riduzioni già previste erano nell'ordine di 50 mila posti entro il 2030. La nuova proposta del management aggiunge quindi un ulteriore intervento dello stesso ordine di grandezza. È da questa somma che nasce il dato di circa 100 MILA posti complessivamente coinvolti dai piani di riduzione dell'organico. Non significa che Volkswagen abbia annunciato oggi 100 mila nuovi esuberi, significa che bisogna considerare insieme:
- Circa 50 mila posti già interessati dal precedente piano;
- Altri 50 mila posti indicati ora nel nuovo processo di riorganizzazione;
- Una parte dei nuovi interventi destinata alla Germania e una parte alle attività internazionali.
La distinzione è fondamentale per comprendere correttamente la notizia.

COSA È CAMBIATO RISPETTO ALLE PRECEDENTI DICHIARAZIONI

La novità del confronto del 25 agosto non è quindi soltanto il ritorno del tema dei tagli. Il nuovo elemento è la conferma e la territorializzazione del nuovo fabbisogno di riduzione. Il management ha chiarito davanti ai lavoratori che circa metà del nuovo intervento riguarderà la Germania. Tutto questo si traduce , secondo il quadro illustrato da Blume, in circa 25 mila dei nuovi posti interessati dalla riduzione riguarderebbero il mercato tedesco, mentre la restante parte sarebbe distribuita a livello internazionale. È un passaggio importante perché sposta la discussione dal semplice dato globale alla dimensione concreta della trasformazione industriale tedesca, e qui entra in gioco il futuro delle fabbriche.

QUATTRO STABILIMENTI RESTANO SENZA UNA PROSPETTIVA PRODUTTIVA DEFINITA

Volkswagen ha indicato quattro stabilimenti tedeschi particolarmente esposti:
Emden, Hannover, Neckarsulm e Zwickau. Il management non ha annunciato la loro chiusura, questo va detto con chiarezza, tuttavia Volkswagen non è oggi in grado di garantire per questi siti una capacità produttiva competitiva nel periodo successivo al 2030. Blume ha spiegato che nei prossimi sei-dodici mesi l'obiettivo sarà costruire prospettive concrete per tutti gli stabilimenti, la chiusura, secondo il management, dovrebbe rappresentare soltanto l'ultima possibilità, e proprio questa incertezza a preoccupare maggiormente i lavoratori. Una fabbrica non chiude soltanto quando viene annunciata una cessazione dell'attività, una fabbrica entra in crisi anche quando non ha più un prodotto, un investimento o una prospettiva produttiva per il futuro.

IL CONSIGLIO DI FABBRICA CONTESTA IL PIANO

Daniela Cavallo, presidente del consiglio di fabbrica Volkswagen, ha criticato duramente il vertice del gruppo. Secondo la rappresentanza dei lavoratori, l'incontro di Wolfsburg non ha fornito le risposte necessarie sul futuro dei singoli stabilimenti. La contestazione non riguarda quindi soltanto il numero degli esuberi, riguarda soprattutto il fatto che il management chieda sacrifici occupazionali senza aver ancora presentato una prospettiva industriale sufficientemente concreta per tutti i siti. Il punto sollevato dai lavoratori è semplice, prima di decidere quanti posti eliminare bisogna spiegare quale fabbrica si vuole costruire:
- Quali modelli?
- Quali tecnologie?
- Quali investimenti?
- Quali mercati?
- Quali competenze?
- Quale organizzazione produttiva?
Sono queste le domande alle quali il sindacato chiede risposta.

LA CRISI NON È SOLTANTO UNA QUESTIONE DI COSTO DEL LAVORO

Volkswagen sta affrontando una combinazione di problemi che riguarda l'intero settore automobilistico europeo. La concorrenza dei costruttori cinesi è aumentata, il mercato cinese è diventato più difficile, la domanda di automobili in Europa è debole, la transizione verso l'elettrico sta modificando prodotti e processi produttivi, i costi industriali sono elevati, i dazi e le tensioni commerciali internazionali aumentano l'incertezza. Volkswagen sostiene di avere strutture e costi non più competitivi rispetto ai principali concorrenti. Il management ha indicato un divario di costi significativo rispetto ai rivali e considera quindi indispensabile una profonda riorganizzazione.
Tutto questo è reale, ma proprio per questo la domanda non può essere soltanto:
“Quanti lavoratori dobbiamo ridurre?”
La domanda dovrebbe essere:
“Come rendiamo competitiva la produzione?”

RIDURRE L'OCCUPAZIONE NON È ANCORA UN PIANO INDUSTRIALE

Una riduzione dell'organico può essere una conseguenza di una riorganizzazione industriale, tuttavia non può diventare la riorganizzazione industriale. Tagliare posti di lavoro può ridurre i costi nel breve periodo, ma non crea automaticamente nuovi prodotti, nuovi mercati o maggiore competitività. Se una fabbrica produce un modello che il mercato non acquista, avere meno lavoratori non risolve il problema, se una tecnologia diventa obsoleta, ridurre il personale non la rende competitiva, se l'energia costa troppo, l'organico non è la variabile decisiva, se mancano investimenti e ricerca, la riduzione dei dipendenti non sostituisce l'innovazione. La competitività industriale è il risultato di molti fattori, e proprio per questo il confronto dovrebbe riguardare l'intero modello produttivo.

IL SINDACATO PREPARA UN'ALTERNATIVA

Qui la vicenda Volkswagen assume un significato particolarmente interessante.
La rappresentanza dei lavoratori non vuole limitarsi a respingere i tagli, il consiglio di fabbrica e i rappresentanti dei lavoratori stanno preparando proposte alternative da portare al consiglio di sorveglianza del gruppo. Il prossimo passaggio importante è previsto per il 4 settembre, in quella sede il confronto tra management, rappresentanza dei lavoratori e altri soggetti coinvolti dovrà entrare in una fase decisiva. È un passaggio che merita attenzione perché introduce una questione fondamentale:
Il sindacato può essere soltanto il soggetto che contratta gli effetti della crisi oppure deve partecipare alla costruzione della soluzione industriale?
La risposta, almeno nella vicenda Volkswagen, sembra essere chiara, la rappresentanza dei lavoratori vuole essere parte della discussione sul futuro dell'azienda.

IL RUOLO DEL SINDACATO CAMBIA CON LA FABBRICA

La trasformazione dell'industria automobilistica sta modificando anche il ruolo della rappresentanza. La fabbrica del futuro non sarà semplicemente una fabbrica con meno lavoratori, sarà una fabbrica con:
- Maggiore automazione;
- Maggiore utilizzo del software;
- Intelligenza artificiale;
- Sistemi di produzione interconnessi;
- Nuove competenze elettroniche e digitali;
- Robotica;
- Nuovi processi di manutenzione;
- Nuovi modelli organizzativi.
Questo significa che il sindacato deve conoscere questi processi prima che vengano introdotti, non può arrivare al tavolo quando le decisioni sono già state prese, deve discutere gli investimenti, conoscere i piani industriali, intervenire sulla formazione, contrattare l'organizzazione del lavoro, governare gli effetti dell'intelligenza artificiale, più di tutto deve chiedere che l'aumento della produttività generato dalle nuove tecnologie produca anche qualità del lavoro e occupazione qualificata.

LA TRANSIZIONE DELL'AUTO NON PUÒ DIVENTARE UNA TRANSIZIONE CONTRO IL LAVORO

L'automotive deve cambiare, non esiste alternativa. Cambiano i motori, le piattaforme, i software, le competenze, i mercati, i concorrenti. La vera questione è come governare questo cambiamento. Se la risposta sarà soltanto una riduzione progressiva dell'occupazione, l'Europa rischia di affrontare la concorrenza internazionale attraverso un progressivo impoverimento della propria capacità produttiva, se invece la trasformazione sarà accompagnata da investimenti, innovazione, formazione e nuovi prodotti, può diventare un'occasione di rilancio. La transizione non deve necessariamente significare meno lavoro, può significare lavoro diverso e nuove professionalità. Questo risultato non arriva automaticamente, deve essere costruito.

LA LEZIONE DI WOLFSBURG RIGUARDA ANCHE L'ITALIA

Quello che sta accadendo a Volkswagen non riguarda soltanto la Germania, riguarda l'intero sistema automobilistico europeo, quindi riguarda anche l'Italia. Stellantis sta affrontando una fase complessa di riorganizzazione dei propri stabilimenti. Cassino vive una situazione di forte discontinuità produttiva, Melfi ha attraversato numerosi periodi di fermata, Mirafiori sta cercando di recuperare volumi. Sono situazioni differenti e non possono essere sovrapposte meccanicamente a quelle Volkswagen, ma il contesto industriale europeo è comune. La domanda che arriva dalla Germania è quindi destinata a riguardare anche le fabbriche italiane: Come si può recuperare competitività senza trasformare la riduzione dell'occupazione nella principale strategia industriale?
È una domanda che riguarda management, governo, istituzioni e sindacato.

LA FABBRICA DEL FUTURO SI COSTRUISCE CON I LAVORATORI

La vicenda Volkswagen mostra una contraddizione che riguarda tutta l'industria europea. Da una parte il management sostiene che senza una drastica riduzione dei costi il gruppo non potrà competere, dall'altra i lavoratori chiedono di conoscere il progetto industriale che dovrebbe accompagnare questa riduzione. Sono due posizioni che oggi sembrano lontane, ma il futuro dell'industria non può essere costruito attraverso una contrapposizione permanente. Serve una strategia, una visione, un confronto reale, serve soprattutto una domanda alla quale nessun grande gruppo industriale può sottrarsi:
Che cosa vogliamo produrre tra cinque o dieci anni e dove vogliamo produrlo?
Solo dopo aver risposto a questa domanda si potrà capire quale sarà realmente il fabbisogno occupazionale.

LA PARTITA DI VOLKSWAGEN È APPENA COMINCIATA

A Wolfsburg non è ancora stata scritta la parola fine.
Non sappiamo quanti dei nuovi posti indicati nel piano verranno effettivamente ridotti, quali saranno le decisioni definitive sui quattro stabilimenti senza una prospettiva produttiva chiara oltre il 2030, quale sarà il risultato del confronto previsto per il 4 settembre. Ma una cosa è già evidente:
La crisi dell'automotive europeo non può essere affrontata soltanto attraverso la riduzione dell'occupazione, servono prodotti competitivi, investimenti, tecnologie e competenze. Serve una politica industriale e il coinvolgimento di chi lavora nelle fabbriche, perché la vera sfida non è scegliere tra competitività e occupazione, è costruire una competitività capace di generare lavoro.
Quello che sta accadendo a Wolfsburg è quindi molto più di una vertenza Volkswagen, è uno dei primi grandi confronti sulla fabbrica europea del futuro, e la domanda che lascia sul tavolo è semplice:
Chi deciderà come sarà quella fabbrica?
Il management? Le istituzioni? Il mercato?
Oppure anche i lavoratori attraverso il loro sindacato?
La risposta a questa domanda potrebbe determinare non soltanto il futuro di Volkswagen, ma una parte importante del futuro industriale europeo.

Editoriale di

Ludovico Zonfrilli

Direttore Responsabile
FREE WORDS