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Voce libera, il lavoro al centro.

500 MILIARDI A RISCHIO PER L’ITALIA: STELLANTIS È LA CRISI INDUSTRIALE PIÙ PROFONDA

Ludovico Zonfrilli — Free Words — 27 marzo 2026

«Dall’elettrico imposto da Tavares alla retromarcia di Filosa: l’automotive europeo paga scelte sbagliate, e Cassino resta il simbolo di una crisi industriale scaricata sui lavoratori».

Secondo un’analisi di Mediobanca, oltre il 58% del fatturato manifatturiero italiano è esposto alla disponibilità di materie prime strategiche. Un sistema produttivo che rischia fino a 500 miliardi di euro di ricavi in un contesto globale sempre più instabile. Il nodo è chiaro: la transizione industriale, così come è stata impostata, poggia su fondamenta fragili. L’Europa ha scelto di accelerare sull’elettrico senza costruire una vera autonomia industriale. Senza controllo sulle materie prime. Senza una filiera completa. E senza una strategia.

La dipendenza che indebolisce l’industria

Le batterie sono il cuore della transizione. Ma il litio, le terre rare, i materiali essenziali per produrle non sono in Europa. Sono altrove. Cina, Russia, Congo. E soprattutto Cina, che controlla gran parte della filiera globale. Questo significa una cosa semplice: l’Europa ha spostato il baricentro industriale fuori dai propri confini. Non è innovazione. È dipendenza. E in un settore come l’automotive, che per decenni ha rappresentato uno dei pilastri produttivi italiani, questa scelta pesa come un macigno.

Cassino, le conseguenze di una scelta sbagliata

Se si vuole capire cosa significa davvero questa crisi, bisogna guardare a Cassino. Lo stabilimento Stellantis non è in difficoltà per caso. È il risultato diretto di una linea industriale precisa. La scelta dell’ex amministratore delegato Carlos Tavares di spingere in modo rigido e quasi esclusivo sull’elettrico, senza una fase di transizione reale e senza salvaguardare i volumi produttivi tradizionali, ha lasciato interi stabilimenti senza prodotto. Cassino è uno di questi. Piattaforme incerte, modelli cancellati o rinviati, una produzione che si è progressivamente svuotata. Nel 2025 meno di 20 mila vetture prodotte e oltre cento giornate di cassa integrazione. Non una crisi improvvisa. Una conseguenza. Oggi, con i cambiamenti introdotti da Filosa, qualcosa si muove. Si parla di revisione delle strategie, di maggiore flessibilità, di un possibile riequilibrio tra elettrico e altre motorizzazioni. Ma il problema resta: i territori hanno già pagato. E continuano a pagare.

Una crisi senza guida

Dentro questo scenario, Stellantis appare ancora alla ricerca di una direzione. Dopo anni di scelte orientate alla finanza e alla riduzione dei costi, oggi il gruppo prova a correggere il tiro. Ma lo fa in ritardo. E senza una visione industriale chiara. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stabilimenti fermi, lavoratori in cassa integrazione, filiere in difficoltà. La transizione, così gestita, non è un rilancio. È una contrazione.

Senza industria non c’è transizione

Il punto non è fermare il cambiamento. Il punto è governarlo. Senza una politica industriale europea sulle materie prime, senza investimenti reali sulla filiera, senza una strategia che tenga insieme innovazione e produzione, la transizione rischia di diventare un boomerang. Perché un’industria che perde autonomia perde anche forza. E un Paese che perde industria perde lavoro. Il prezzo lo pagano i lavoratori Nel frattempo, mentre si discutono strategie globali, chi lavora resta in attesa. Di un modello. Di un piano. Di una prospettiva. Cassino oggi è il punto in cui tutto questo si rende visibile. Dove le scelte industriali diventano conseguenze sociali. E dove la distanza tra chi decide e chi lavora diventa insostenibile. Perché senza industria non c’è transizione. E senza lavoro non c’è futuro.