MORTI BIANCHE, L'ITALIA CONTINUA A CONTARE LE VITTIME. LO STATO NON PUÒ LIMITARSI AL CORDOGLIO
«IN POCHI GIORNI IL LAVORO È TORNATO A PRESENTARE IL CONTO PIÙ DRAMMATICO: CINQUE VITTIME E DIVERSI FERITI GRAVI. DAL GIOVANE DI 18 ANNI UCCISO DA UN MULETTO ALL'OPERAIO MORTO TENTANDO DI SALVARE IL FIGLIO SOTTO UNA TETTOIA CROLLATA. UNA STRAGE SILENZIOSA CHE CONTINUA A CONSUMARSI NELL'INDIFFERENZA GENERALE».
Ci sono notizie che, per la loro frequenza, rischiano di diventare routine, è forse questo l'aspetto più inquietante delle morti sul lavoro in Italia: non scandalizzano più come dovrebbero. Ogni settimana si leggono gli stessi titoli, si ascoltano le stesse dichiarazioni, si esprimono le stesse parole di cordoglio, poi tutto torna come prima, fino alla tragedia successiva. Negli ultimi giorni il bilancio è stato ancora una volta pesantissimo: Un ragazzo di appena diciotto anni ha perso la vita in Sardegna, colpito dalle forche di un muletto all'interno di un impianto di trattamento rifiuti. Nel Novarese un lavoratore è morto schiacciato dopo il ribaltamento di un'autogrù durante la movimentazione di un container; In Calabria un operaio di sessantadue anni non è sopravvissuto alle conseguenze di una caduta avvenuta alcuni giorni prima in un cantiere. Nel Casertano un giovane ferroviere di venticinque anni è morto dopo essersi accasciato negli spogliatoi al termine del turno di lavoro. Saranno gli accertamenti della magistratura a stabilire se il decesso sia riconducibile esclusivamente a cause naturali o se vi siano elementi legati all'attività lavorativa. A questi episodi si aggiungono i gravi ferimenti di un giovane di venticinque anni colpito dalla lama di un'attrezzatura agricola nel Pavese e di un operaio cinquantanovenne rimasto schiacciato da un muletto nel Reggiano. E mentre il Paese cercava ancora di comprendere la portata di questa nuova scia di sangue, un'altra tragedia è arrivata da Mesagne, in provincia di Brindisi: Un artigiano di sessantasei anni, titolare di una piccola impresa specializzata nelle lavorazioni in legno, ha perso la vita dopo il crollo di una tettoia all'interno di una villetta. Secondo le prime ricostruzioni avrebbe tentato di mettere in salvo il figlio ventiseienne, rimasto gravemente ferito, prima di essere travolto dalle macerie. Una storia che va oltre la cronaca, è il racconto di un padre che, fino all'ultimo istante, ha pensato alla vita del proprio figlio prima che alla propria.
UNA STRAGE CHE CONTINUA DA TROPPO TEMPO
Ogni incidente ha una dinamica diversa, ogni vittima aveva un mestiere differente. Cambiano le regioni, cambiano i settori produttivi, cambiano le circostanze, ciò che non cambia è il risultato finale! Persone che escono di casa per lavorare e non fanno più ritorno, è questo il vero fallimento del nostro Paese. Le cosiddette "morti bianche" non sono un'emergenza improvvisa, sono una tragedia strutturale che si ripete anno dopo anno, e proprio perché si ripete, non può più essere affrontata come una semplice fatalità.
IL FONDO È UNA BUONA NOTIZIA, MA NON BASTA
Accogliamo con favore questo nuovo strumento. Ogni risorsa destinata al sistema produttivo rappresenta un'opportunità che il territorio deve essere in grado di cogliere. Tuttavia sarebbe un errore pensare che un bando, per quanto importante, possa risolvere da solo problemi che si trascinano da anni. Gli incentivi economici sono strumenti, lo sviluppo, invece, nasce da una politica industriale seria, capace di accompagnare le imprese, creare condizioni favorevoli agli investimenti e rendere un territorio competitivo.
NON BASTANO PIÙ I MINUTI DI SILENZIO
Dopo ogni tragedia arrivano puntualmente i messaggi di cordoglio:L e istituzioni promettono più controlli, la politica parla di sicurezza, le organizzazioni sindacali chiedono giustizia, le procure aprono fascicoli, MA IL GIORNO DOPO TUTTO RICOMINCIA ESATTAMENTE COME PRIMA! È difficile non avere la sensazione che lo stato stia rincorrendo il fenomeno invece di prevenirlo, perché la sicurezza sul lavoro non può essere affrontata soltanto dopo l'ennesima vittima, DEVE DIVENTARE UNA PRIORITÀ NAZIONALE.
SERVONO INVESTIMENTI, CONTROLLI E CULTURA DELLA PREVENZIONE
Non esiste una soluzione semplice, ma esistono responsabilità precise. Occorre rafforzare gli organici degli ispettori del lavoro e dei servizi di prevenzione, aumentare la frequenza dei controlli, investire nella formazione continua dei lavoratori e pretendere che la sicurezza venga considerata un investimento e non un costo. La prevenzione non può essere sacrificata in nome della produttività, ogni dispositivo di protezione, ogni ora di formazione, ogni manutenzione eseguita correttamente rappresenta una possibilità in più di salvare una vita, E UNA VITA NON HA PREZZO.
IL LAVORO DEVE ESSERE DIGNITÀ, NON UNA CONDANNA
Una società civile si misura anche dalla capacità di proteggere chi lavora. Non basta parlare di occupazione se non si garantisce che quel lavoro possa essere svolto in condizioni di sicurezza, non basta celebrare il valore del lavoro il Primo Maggio se negli altri giorni dell'anno si continua a morire nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi e nei magazzini. Il lavoro è un diritto, tornare a casa dopo aver lavorato dovrebbe esserlo altrettanto.
BASTA INDIGNARSI PER UN GIORNO
Ogni volta ci promettiamo che sarà l'ultima, ogni volta diciamo che una tragedia simile non dovrà più accadere, poi passa qualche giorno e il silenzio prende il posto dell'indignazione.
Free Words continuerà a raccontare queste storie, perché dietro ogni numero c'è una persona, una famiglia e una comunità distrutta.
Ma raccontarle non basta, serve una svolta vera:
Lo Stato deve fare della sicurezza sul lavoro una priorità assoluta, investendo risorse, rafforzando i controlli, sostenendo la formazione e
costruendo una cultura della prevenzione che coinvolga imprese, lavoratori e istituzioni, perché ogni morte sul lavoro rappresenta una sconfitta collettiva, e
un paese che si abitua a contare i morti senza riuscire a impedirli rischia di perdere non solo i propri lavoratori, ma anche il senso stesso della propria civiltà.