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Voce libera, il lavoro al centro.

Stellantis affonda in Borsa e prepara il conto ai lavoratori: elettrico sbagliato, fabbriche a rischio!

Ludovico Zonfrilli — Free Words — 7 febbraio 2026

«Crollo del titolo, miliardi bruciati e nessun dividendo. Ora gli analisti parlano apertamente di chiusure di stabilimenti: Cassino torna sotto minaccia. A pagare l’ennesimo cambio di rotta del gruppo rischiano di essere, ancora una volta, lavoratori e territori».

Non è solo un titolo che affonda. È un modello industriale che mostra tutte le sue crepe. Dopo anni di scelte sbagliate e promesse mancate, Stellantis cambia strategia. E come sempre, a pagare rischiano di essere gli stabilimenti e chi ci lavora. Mentre la finanza registra un tracollo storico del titolo Stellantis, nelle fabbriche cresce un’altra preoccupazione: cosa succederà ora ai posti di lavoro? Il gruppo ha ammesso apertamente di aver sopravvalutato la velocità della transizione elettrica. Una correzione tardiva che costa oltre 22 miliardi di euro tra svalutazioni e riposizionamento industriale. Per il 2025 è prevista una perdita che potrebbe superare i 20 miliardi. Nessun dividendo nel 2026. Ma dietro i bilanci ci sono scelte precise. E dietro quelle scelte ci sono territori che rischiano di essere abbandonati.

Una strategia costruita lontano dalle fabbriche

Per anni Stellantis ha seguito una linea ideologica prima ancora che industriale: puntare tutto sull’elettrico, ridimensionare progressivamente le produzioni tradizionali, rinviare gli investimenti reali. Oggi quella strategia viene corretta, ma senza autocritica. Il management parla di “ritorno al cliente”. In realtà si tratta di un arretramento obbligato davanti a un mercato che non ha risposto come previsto. Intanto il gruppo dismette pezzi della filiera elettrica, come dimostra l’uscita dall’impianto canadese per le batterie. Un segnale chiaro: il progetto di transizione così come era stato concepito non sta in piedi.

Quando si parla di costi, il bersaglio sono sempre le fabbriche

Gli analisti sono espliciti: Stellantis non avrebbe ancora ridotto abbastanza la propria struttura dei costi. In linguaggio aziendale significa una cosa sola: nuovi tagli. E infatti tornano a circolare nomi di stabilimenti europei “a rischio”. Francia, Polonia, Italia. Cassino viene indicata apertamente tra le realtà più esposte. Una fabbrica già segnata da anni di fermate produttive, cassa integrazione e incertezza sui modelli futuri. Un territorio che vive da tempo in equilibrio precario e che oggi rischia di pagare l’ennesima ristrutturazione decisa nei piani alti. Mirafiori, per ora, sembra più tutelata grazie alla nuova 500 ibrida. Ma nel resto della galassia Stellantis il quadro resta fragile.

Le auto si vendono, ma l’Europa perde industria

C’è un dato che racconta tutta la contraddizione di questo sistema: mentre Stellantis svaluta miliardi, le vendite globali crescono. Nord America in ripresa, segnali positivi in Sud America e Asia. A rallentare è soprattutto l’Europa. Non per mancanza di domanda, ma per un mix letale fatto di concorrenza asiatica, costi energetici elevati e assenza di una politica industriale europea degna di questo nome. Il risultato è un continente che consuma auto prodotte altrove e smantella progressivamente la propria capacità manifatturiera.

Marchi sacrificabili e scenari di smembramento

Nel frattempo si riaffacciano ipotesi pesanti: taglio dei brand meno redditizi, da DS a Maserati, fino a Lancia. E torna l’idea, mai del tutto archiviata, di separare le attività europee da quelle americane. Un’operazione che aprirebbe scenari inquietanti, con l’Europa ridotta a periferia industriale e nuovi partner – anche cinesi – pronti a entrare in gioco. Per i lavoratori significherebbe ulteriore incertezza. Per i territori, perdita di sovranità produttiva.

Il vero nodo resta il lavoro

Il nuovo piano industriale sarà presentato a maggio. Ma una cosa è già evidente: Stellantis sta cercando di rimettere ordine dopo anni di scelte sbagliate. La domanda è chi pagherà il prezzo di questo riassetto. Senza vincoli sugli investimenti, senza una regia pubblica, senza una vera tutela occupazionale, il rischio è che ancora una volta siano le fabbriche a diventare la variabile di aggiustamento. Cassino non è un numero su un foglio Excel. È lavoro, è comunità, è futuro. La transizione non può trasformarsi in una resa. E l’industria non può essere governata solo dai mercati finanziari.

Il caso Cassino: numeri che raccontano una crisi profonda

Ma se i numeri della Borsa fanno rumore, quelli delle fabbriche raccontano una crisi ancora più profonda. Emblematico è il caso dello stabilimento Stellantis di Cassino, oggi vero fanalino di coda del gruppo in Italia. Qui la produzione è tornata indietro di decenni. La forza lavoro è stata più che dimezzata: dai circa 5.000 dipendenti del 2017 si è scesi agli attuali 2.200. Il 2025 è stato l’anno peggiore di sempre per volumi produttivi e giornate lavorate, segnato da fermate continue e ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali. E il 2026 rischia di essere ancora peggiore, visto che all’orizzonte non ci sono nuovi modelli in grado di garantire una ripresa immediata. Cassino rappresenta oggi, più di ogni altro impianto,il simbolo di una strategia industriale sbagliata: mentre il gruppo rivede i piani sull’elettrico e rassicura i mercati, nei territori resta solo l’incertezza, e il prezzo della crisi continua a pagarlo il lavoro.

Il lavoro e i lavoratori al centro delle politiche industriali

La crisi di Stellantis non è una questione finanziaria: è una questione sociale e industriale. Non può essere il mercato a decidere il destino di migliaia di lavoratrici e lavoratori. Senza una vera strategia pubblica per l’automotive, senza investimenti vincolati all’occupazione e senza un piano industriale credibile, il rischio è che Cassino — e con essa altri stabilimenti — diventi l’ennesimo sacrificio sull’altare dei profitti e delle scelte sbagliate. Qui non servono slogan green o promesse agli investitori: serve una politica industriale che rimetta davvero il lavoro al centro.